Arte

Vincent Van Gogh

martedì, gennaio 17th, 2012

Vincent Van Gogh Giallo pazzia

Il giallo è il colore che Van Gogh preferisce e che usa in moltissimi suoi quadri. La pazzia di Van Gogh probabilmente deriva da un trauma infantile a causa della morte del suo fratello maggiore, che nacque lo stesso giorno e portava il nome Vincent; Van Gogh si sentiva un “figlio sostituto”. Van Gogh nasce il 30 marzo del 1853 e morì il 29 luglio 1890, attraversata l’esperienza dell’Impressionismo, ribadì la propria adesione a una concezione romantica, nella quale l’immagine pittorica è l’oggettivazione della coscienza dell’artista: identifi cando arte ed esistenza, van Gogh pose le basi dell’Espressionismo. A Parigi (1886) entra in contatto con l’impressionismo che gli fece comprendere l’originalità e i valori racchiusi in quella nuova concezione della visione: anche se non aderì mai a quella scuola, perché egli intese sempre esprimere solo quello che aveva «dentro la mente e il cuore», e la sua tavolozza, fino a quel momento scura e terrosa, si schiarì proprio grazie all’influsso della pittura impressionista e alleggerì i propri soggetti, tralasciando i temi sociali per i paesaggi e le nature morte; sperimentò anche l’accostamento dei colori complementari cimentandosi con la tecnica puntinista inventata da Seurat. Trasferitosi ad Arles il 20 febbraio del 1888, andò ad alloggiare prima in albergo e poi, in maggio, affittò un appartamento di quattro stanze di una casa dalle mura gialle che si affacciava sulla piazza Lamartine, ritratta in un quadro famoso. Qui, immerso nella natura, abbandonò le tecniche impressioniste per ribadire la visione romantica di Delacroix, non ritraendo fedelmente quello che vedeva ma cercando l’espressione attraverso il libero uso del colore. La Stanza Gauguin arrivò ad Arles il 29 ottobre del 1888 e divise la casa con Van Gogh. La convivenza era investita da numerosi litigi causati dalla poca ammirazione di Van Gogh da parte di Gauguin, che portarono l’artista a tagliarsi l’orecchio. La consapevolezza di essere incompreso,l’ansia di capire se stesso e di trovare i modi attraverso cui esprimere la propria interiorità, la ricerca del suo ruolo seguito da numerosi insuccessi, dai rifiuti, dall’isolamento, lo condussero in una profonda depressione, e a una forma di alienazione mentale che gli procurava tremende crisi durante le quali perdeva ogni contatto con la realtà e che lo portarono al suicidio. Van Gogh viene inserito all’interno del movimento post-impressionista e viene anche riconosciuto come anticipatore dell’espressionismo perché concentrava la sua ricerca artistica sul contenuto espressivo non sulla rappresentazione dell’istante. Caratteristica delle sue opere era la deformazione delle forme al fine di rappresentare la vera essenza delle cose e degli uomini; indipendentemente dal soggetto rappresentato, nei suoi dipinti ogni elemento appare fluttuante, vibrante, carico di energia, grazie ad una tecnica originale basata su pennellate turbinose e dense, colori intensi e contrastanti, deformazioni dei soggetti appositamente ricercate. Questa deformazione si può vedere anche in Munch e in Kirchner, realizzata con allungamento delle figure, L’arrotondamento, la frantumazione o l’indurimento delle linee di contorno dei soggetti, esprime, anche se in modi diversi, la solitudine, il disagio, il “male di vivere” dell’autore.

Keith Haring

lunedì, gennaio 16th, 2012

Keith Haring

Il muro è fatto per essere disegnato…

Questa una delle tante frasi che Keith Haring ci ha lasciato, oltre alla sua filosofia che tutt’ora ispira milioni di artisti di strada e oltre ai suoi murales che tutt’ora ci lasciano un significato. Questo significato che ci ha lasciato, secondo il mio puto di vista, è quello di ascoltare la gente, sopratutto chi porta idee nuove, chi come lui non è d’accordo con l’istituzione, chi è contro la guerra, contro la discriminazione, chi non si ferma davanti all’ apparenza delle cose. Il muro è il portatore di queste idee, di queste innovazioni e di queste proteste; grazie a questo sistema di comunicazione chiunque può capire qual’è lo stato d’animo dei giovani, e aprire la mente a chi si sofferma per un attimo a guardare il muro.
Keith Haring riesce con la sua opera (che è poi molto simile a lui, specchio delle sue scelte di vita e del suo modo di relazionarsi alle persone), a far nascere riflessione là dove regna la staticità dell’opinione sicura o del luogo comune. La sua arma è un particolare tipo di provocazione “in seconda battuta”: non usa lo choc del nuovo, né del brutto o del ripugnante, né forme di straniamento più sottili, ma ci attira, ci introduce nel loro rigoglioso e gaio movimento, poi sottilmente ci conduce per sentieri sempre meno “sicuri”, in cui mostri sessuali multiaccessoriati strizzano l’occhio, fra raggi di amore e minacce radioattive. La fluidità del suo segno è un elemento chiave. La vita e l’opera di Haring sono composte da una sostanza fluida, instabile, che tende a trasbordare e a trasformarsi da una qualità nel suo contrario.
Le opere di Keith Haring a una prima occhiata appaiono semplici, comprensibili a tutti : cani, bambini, dollari, televisioni, gioco, colore. Ma è solo la prima occhiata. Subito dopo, la curiosità ci spinge a indagare i percorsi narrativi pieni di trabocchetti, e ci si rende conto che la danza dei suoi personaggi non definisce affatto un senso univoco. Appena si approfondisce la questione, non solo questa seconda impressione è confermata, ma si scopre anche che per raggiungere gli obiettivi sopra citati l’artista pare aver scelto strade assai tortuose, mescolando comportamenti, geometrie, composizioni, archetipi, colori e iconografie che denunciano una somma di conoscenze molto vasta e stratificata, da Dubuffet alle scritture mesoamericane, dalla pop art alla maschera africana, passando attraverso una riflessione sulla semiotica, su Christo, Picasso, Klee, Léger e tutta la solita lunga fila di nomi che da molti è già stata snocciolata e che hanno ispirato e guidato la sua evoluzione artistica.
Infine, una volta accettato il “nonsense” che è alla base del suo humour, possiamo abbandonarci senza alcuna difficoltà alla comprensione creativa del suo universo ilare-grottesco, gioioso e doloroso specchio del mondo. Per capire Haring ci vuole l’intelligenza emotiva. Così è l’arte, del resto.
Per rimanere al “semplice” livello iconografico, fra le rare opere di Haring che presentano un significato più chiaro e univoco spiccano quelle accompagnate da un titolo o uno slogan, come Silence=death, divenuta il motto-logo di ACT-UP . Quando l’opera è legata a un messaggio sociale o politico urgente, che deve risultare assai chiaro, come in una pubblicità-progresso, Haring accetta di fare, molto naturalmente, ciò che altrimenti evita in ogni modo: fornire al pubblico una sola possibilità di lettura. Per il resto, appunto, gli interessa di più confondere le acque, porre domande, stimolare riflessione.
La semplicità sta invece solitamente nelle tinte piatte, nei tratti semplificati delle figure, nell’immediatezza di un linguaggio che richiama fumetti e disegni animati. Tuttavia, non è la semplicità in sé a determinare le qualità di vicinanza e di dialogo immediato con lo spettatore, che fanno di Haring un artista “popolare”. È piuttosto una questione di “impatto”, determinato da vari fattori quali dimensioni, colori, collocazione delle opere e, soprattutto, esibizione diretta del fare artistico in pubblico.
I lavori come Silence=death indicano che Haring utilizza strutture visive dal significato chiaro, in momenti particolari della sua vita, come se la velocità narrativa in alcuni momenti rallentasse e un frammento improvvisamente messo a fuoco si distaccasse dallo sfondo che nel frattempo continua a muoversi. Opere come Micheal Stewart – USA for Africa ambiscono a unachiarezza legata alle circostanze specifiche: sono come frasi ritagliate da un racconto variegato nel quale si sono dette e si diranno molte altre cose sui conflitti razziali o sull’abuso di potere, ma che qui vanno intese come un puro grido di dolore e di denuncia. Altre volte, come nei Ten commandments, la presenza di un titolo
diviene solo una scusa per ordinare la narrazione. Ma questa serie è interessante anche per osservare il caso in cui Haring sceglie di riordinare la struttura formale e narrativa in forme apparentemente semplici e univocamente leggibili. In realtà, tuttavia, l’opera rimane aperta.
Chiarezza e fluidità sono elementi spesso compresenti: a partire dai Subway drawings, nei quali Haring insiste sulla riquadratura dello spazio destinato alla pubblicità in metropolitana, incorniciandolo ulteriormente con il gesso: si ricollega alla vignetta ed enuncia una volontà di comunicazione immediata. Al tempo stesso, crea un collegamento fra i vari “pezzi” attraverso il ripetersi di schemi e personaggi, senza implicare una sequenza particolare, ma con un gioco di rimandi che invita a una lettura secondo percorsi molteplici e variamente combinabili. Da qui l’impressione, davanti a un lavoro, di cogliere un frammento di un flusso più ampio: e come in una monade in ogni singolo frammento rivediamo il flusso.

Dal punto di vista della forma simbolica, la fluidità e varietà della linea di Haring trasmette all’occhio in maniera anche più immediata e semplice alcuni motivi fondamentali: la vita come tensione dinamica verso la libertà e verso la comunicazione fra gli esseri viventi, l’energia sessuale e creativa che è alla base di questo movimento, l’essere parte di un tutto e mezzo di trasmissione, l’influenza fra le parti, il ciclo e l’eterno ritorno che mettono in contatto passato, presente e futuro. Fluido è anche l’aspetto di ordine e rigore musicale, tanto più sorprendente in quanto generato (di solito) da un disporsi apparentemente caotico e in parte casuale dei segni, una danza tribale di linee che sembrano voler prendere, anche in questo, le distanze dall’occidente “bianco”.
Per finire, la fluidità sta nella rimessa in questione che le opere di Haring fanno della natura stessa dell’arte: non è questa la sede per tornare ad approfondire temi già analizzati da altri, ma si possono nominare ad esempio la continuità fra icona e astrazione, fra pittura e decorazione, fra l’artista commerciale e quello che si oppone alle leggi di mercato, fra alto e basso, strada e museo.

Per Haring l’arte non deve scoprire il vuoto ma riflettere il pieno, un pieno in espansione simile alla condivisione collettiva di energia in un concerto rock. Lo stile per Haring sta fra la ricerca d’impatto e di efficacia e lo sfruttamento di tutte le potenzialità di una linea che “unisce”: non è semplice specchio della “comunicazione”, ma uno stile “per” la comunicazione, che viene dal passato e proietta sul presente la sua luce inglobando i più svariati elementi di impatto, narrazione, seduzione, dialogo, interrogazione e stimolo che un artista possa offrire al suo pubblico.
In sintesi, la pittura come meta-linguaggio autoriflessivo gli interessa relativamente: il messaggio, per quanto ricco di ambiguità, è più importante.

 

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